Quando ci si interroga sul valore artistico dell’ opera di Takashi Miike bisogna scegliere, senza mezze misure, due estremi opposti: considerarla spazzatura o massima espressione dell’ingegno umano.Forse la verità risiede nella consapevolezza che tutta la filmografia del regista corre sulla doppia lama degli opposti, senza che l’uno possa scindersi dall’altro: non potremmo prendere in considerazione l’idea di giudicare Miike un genio, senza parimenti considerarlo come un artigiano di pessimo gusto.Si dice spesso che Miike o si ama o si odia. Ma lo si può anche amare in modo doloroso. Doloroso perché i suoi film sono quasi sempre un’esperienza sofferta, indigesta e, spesso, non necessaria. Dedicare ore del proprio tempo a un film del regista di Osaka è una forma di masochismo compiuta, e “Izo” è la più alta forma di masochismo Miikiana.Se di trama si può parlare, essa racconta della vendetta di un samurai crocifisso e, successivamente, trafitto, di nome Izo, resuscitato e assurto a demone immortale. Ma non c’è niente di convenzionale né di classico nella rappresentazione, figuriamoci. Assistiamo ad una carneficina lunga due ore, immersa in un percorso del protagonista che risulta costantemente metafisico ed allegorico. Il sangue scorre continuamente e copiosamente e le orecchie si riempiono del suono di carne maciullata. È rappresentazione della violenza in parte realistica e in parte esasperata, ma sempre tangibile. Eppure Izo si muove in scenari fuori dal tempo e dallo spazio; attraversa le epoche, compie continui salti temporali tra Giappone feudale e Giappone contemporaneo, senza soluzione di continuità o cambiamenti nella sua determinazione: Izo uccide chiunque gli si pari davanti. Egli mano a mano che procede il film è sempre più trasfigurato e demoniaco, sempre più sofferente: perché Miike ci dice questo, che la violenza nasce dalla sofferenza e genera sofferenza, negli altri, ma anche in sé stessi. Mai come in questo film la violenza del regista si è spinta ad un livello tale di sensazionalismo; e mai come in questo film viene fatta oggetto di un’analisi universale. In tal senso il foundfootage, che inframezza il percorso di Izo, richiama esplicitamente la testimonianza storica di come la condizione umana sia votata ossessivamente ad essa.C’è spazio per una moltitudine di scenette, alcune eccessivamente inutili, altre piuttosto divertenti (si pensi alla scena dei due assicuratori demoni); in definitiva domina il nonsense, ma bisogna anche considerare questa scorpacciata di situazioni come un frullato di cultura postmoderna: sullo schermo sfilano, e periscono sotto la lama di Izo, i caratteri, gli stereotipi, le tradizioni e la cultura della società nipponica, incarnati in figure umane tipizzate. Grande spazio viene riempito anche da un approccio zen/buddista abbastanza insolito per il regista: numerose sono le riflessioni sull’esistenza e sulla sua ineluttabilità messe in bocca ai personaggi. La cosa ha sicuramente un suo fascino, che non risulta mai essere pieno, però, dato che viene in parte coperto dal grottesco, altro tratto caratteristico del film.Va poi considerata come assolutamente geniale l’idea di alternare il cammino di Izo con gli intermezzi di un moderno menestrello che canta strozzando sempre più le sue parole, fino a trasformarle in rantoli, e che suona una chitarra ammaccata, le cui corde si arruffano confusamente ben oltre il manico.Il finale, così come l’incipit, è a tema biblico (giusto per mettere ulteriore carne al fuoco) e il tema della maternità si ricollega esplicitamente a opere precedenti come “Visitor Q” e “Gozu” (quest’ultima chiaramente citata). Un film che, pur proiettando se stesso in una rapsodia sconnessa di dialoghi e situazioni, mantiene, incredibilmente, grazie al ritmo serrato e a una messa in scena pregevolissima, un andamento cinematografico.Non basta tutto questo? C’è anche Beat Takeshi.Morboso, eccessivo, egocentrico, gratuito e, spesso, cervellotico, se non proprio sconclusionato, ma ha anche dei difetti. In una parola? Miike.

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