Ozu è una chicca per veri appassionati di cinema. Il regista giapponese è assurto da molti anni a monumento della settima arte. Ma il riconoscimento della sua opera artistica non sempre ha vissuto un percorso lineare, specie agli inizi. Poco esportabile per via del suo stile sonippo, la sua filmografia è stata falcidiata dagli eventi bellici della WWII, tant’è che più di una 20ina di suoi film sono andati persi. Entrambi questi fattori, uniti alla morte più o meno prematura nel 1963, hanno condizionato la distribuzione della sua arte, mai arrivata in Italia ed in generale uscita di rado fuori dal Giappone. Ma, piano piano, di cinefilo in cinefilo e di festival in festival, è avvenuta un’opera di rivalutazione, fino al culmine di un Wim Wenders che, da sempre estasiato dal regista giapponese, gli dedica un  documentario, “Tokyo Ga“, e del riconoscimento dei registi di tutto il mondo che eleggono “Viaggio a Tokyo” miglior film di sempre. Ma “Viaggio a Tokyo” è il miglior film di sempre?
No. O meglio… TramaShūkichi e Tomi Hirayama, alla soglia dei settant’anni, decidono di andare a trovare i figli a Tokyo. Lasciano dunque la loro città, Onomichi, nei pressi di Hiroshima, e si apprestano ad affrontare un lungo viaggio in treno alla volta della capitale.Arrivati a Tokyo, trovano ospitalità prima nella casa del figlio Kōichi, un pediatra, e poi in quella della figlia Shige, parrucchiera. Si rendono però conto che i figli, alle prese con il lavoro e la famiglia, non hanno tempo per loro. L’unica che ha davvero a cuore i due anziani coniugi, anche se non legata a loro da alcun legame di sangue, è Noriko, vedova del secondogenito Shōji, morto in guerra. Il motivo per cui molti registi vanno pazzi per l’opera di Ozu risiederebbe nel minimalismo espressivo del regista. Movimenti di macchina inesistenti, inquadrature fisse e messa in scena ricchissima: in una singola inquadratura succedono molte cose nei film di Ozu. Vari personaggi si alternano a riempire la scena di “Viaggio Tokyo”, e nella loro semplice e rituale gestualità celano molteplici significati. È chiaro che il ritmo lento e rilassato dei genitori si contrappone alla nevrotica ed ipercinetica presenza scenica dei figli. La metafora è quella dei tempi che cambiano, della perdita di valori antichi e secolari, spazzati via dalle nuove generazioni borghesi e dalla modernità di una Tokyo alla deriva occidentale, identificata (in diversi cambi di scena) con delle ciminiere fumanti, simbolo di un progresso autodistruttivo.Col senno di poi possiamo dire che quelle di Ozu non erano semplici paure verso un progresso inarrestabile. La società di massa che spazzerà via una tradizione millenaria è dietro l’angolo e il regista, da grande osservatore dei suoi tempi e della  società, lo capì subito. Potremmo dire che in “Viaggio a Tokyo” non succede nulla, ed è vero, ma proprio in questo sta la grandezza di questo autore: riuscire a rappresentare, semplicemente tramite fitti dialoghi ed espressioni corporali (da ciò l’importanza per il regista di avere attori feticcio come Chishū Ryū), le sfumature più impercettibili dell’essere umano, senza dover ricorrere a espedienti cinematografici o adrenalinici stile Hollywoodiano, o calcare la mano ricorrendo alla straziante (e spesso patetica) visione drammatica, tipica del cinema neorealista italiano. L’approccio di Ozu alla morte e alla disgregazione ha un gusto tipicamente orientale. Si assapora nell’arco di tutta la pellicola un senso di delicata nostalgia e un lento avviarsi verso l’ineluttabile fine di un’era. La morte viene affrontata come un qualcosa di naturale e rassegnato, non è mai enfatizzata. Nel mondo contemporaneo ci dice Ozu, non c’è spazio nemmeno per la pietà filiare, non ci si può girare un secondo a rimirare il passato e ciò che esso ci porta in dote. La parola d’ordine è tabula rasa: chi non si adatta o non è considerato, o è solo un peso, alla meglio un nostalgico. A cavallo tra la guerra ed il boom economico, Ozu consegna alla memoria futura un’opera che, intrisa di poetica malinconia, riflette sulle mutilazioni della modernità. “Viaggio a Tokyo” non è il miglior film di sempre, ma, forse, potrebbe esserlo.

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